Capire quello che sta succedendo in Mali........

AFRICA-MALI: LA DIVISIONE

Per meglio comprendere l’attuale situazione Maliana è stata fatta una “fotografia” degli eventi occorsi nel paese, mantenendo per quanto possibile una caratteristica di neutralità. l’intento dato dalla volontà di capire il dramma vissuto nell’area sub-Sahariana, ci ha portato a redigere in maniera quanto più esplicativa ma sicuramente non esaustiva, questo "report". L’esposizione dei fatti è frutto di un assemblaggio di notizie e conferme estrapolate da ricerche mediatiche, da diversi incontri con associazioni che hanno operato sul territorio, da contatti con aggregazioni di persone che hanno vissuto sul territorio stesso ed attualmente sono state sfollate e dai colloqui avvenuti con taluni protagonisti

 

 

                                                                  il Presidente di Landsgate Onlus

                                                                  Marino Nebuloni

 

  • L’AREA LIBICA

Per capire quello che è successo in Mali, bisognerebbe prima osservare quanto accaduto nell’area Libica.

Gheddafi o semplicemente Kadafi, come era notoriamente chiamato nel panorama Africano, stava costruendo un regime di completa autonomia di mercato. Il suo lo scopo era quello di interloquire con l’occidente a livello paritetico e non a livello subordinato.

Per far questo, la sua politica fu basata su due principi fondamentali: quello dell’autosostentamento energetico e quello dell’autosufficienza alimentare.

L’autosostentamento energetico derivava da un’oculata gestione delle risorse interne (Petrolio e Gas naturale). Le riserve petrolifere libiche erano (e lo sono ancora oggi) tra le più ricche rispetto a quelle degli altri paesi africani produttori di petrolio. Molti analisti erano inoltre concordi nel dire che parecchi giacimenti non ancora sfruttati, sarebbero tuttora in attesa di estrazione sottosuolo. La gran parte del petrolio libico esportato era diretto nei paesi europei, anche se le importazioni di petrolio libico da parte degli USA erano altresì aumentate a partire dal 2004, dopo l’eliminazione delle sanzioni nei confronti di quel paese.

L’80 per cento dei pozzi finora scoperti si trova nel bacino della Sirte.

Secondo Wood Mackenzie i due terzi circa della produzione proveniva infatti da quella zona, il 25 per cento dal bacino di Murzuq, mentre il restante veniva estratto da un giacimento nel mare al largo di Tripoli (Pelagian Shelf Basin).

Sempre secondo Oil and Gas Journal, la Libia possedeva cinque raffinerie:

1) Ras Lanuf, nel Golfo della Sirte, con una capacità di raffinare 220 mila barili di greggio al giorno;

2) Az Zawiya, situata nel nordovest del paese, 120mila barili di greggio al giorno;

3) Tobruk 20 mila barili di greggio al giorno;

4) Sarir, 10mila barili di greggio al giorno;

5) Brega, 8 mila barili di greggio al giorno.

Complessivamente, la capacità di raffinazione del greggio assommava a circa 378mila barili al giorno e la maggior parte delle grandi compagnie petrolifere mondiali aveva impianti produttivi in Libia.

Oltre all’Italia, che con l'Eni era il maggior paese investitore nell’ambito del mercato petrolifero, erano presenti altri compratori internazionali: la spagnola Repsol, la francese Total, la tedesca Winstershall (della Basf) e l'austriaca Omv. Gli asset di questi grandi produttori, escluso Repsol, erano situati in maniera preponderante nel bacino della Sirte.

Per quanto riguarda il Gas, grazie alla sua rete di rigassificatori (per riceverlo, effettuare lavorazioni di stoccaggio e renderlo utilizzabile) e di Gasdotti (per la sua distribuzione), si poteva invece annoverare la Libia come terzo fornitore di gas naturale dell’Italia, quest’ultima acquistava da quel paese il 12,5% circa del proprio fabbisogno. Il gasdotto Greenstream, ad esempio, inviava in Italia a pieno regime 9,4 miliardi di metri cubi di gas ed era in fase di potenziamento.

Di pari passo con la politica energetica, il governo Libico seguiva anche il principio dell’autosufficienza alimentare, col progetto già operativo denominato “Great Man-Made River Project”, un fiume artificiale consistente in una rete di tubi interrati, che portano in superficie enormi quantità di acqua proveniente dal sottosuolo, aumentando notevolmente le superfici arabili del paese. Descritto come l’ottava meraviglia del mondo, grazie ad una rete di 4.000 kilometri di condutture sotterranee, trasportava più di cinque milioni di metri cubi d’acqua al giorno attraverso il deserto verso le regioni costiere, aumentando le aree coltivabili.

Lo scopo, rappresentato nel progetto del Great Man-Made River, era quello di avere campi agricoli in abbondanza, capaci di produrre sufficiente cibo per soddisfare le proprie necessità e di dividerle con i paesi vicini. In breve, il Fiume fu definito letteralmente “il buono pasto del popolo libico” per l’autosufficienza. La strategia dell’autorità libica era mirata ad aumentare il raccolto ed il livello delle scorte per raggiungere il più elevato grado di autosufficienza e ridurre la dipendenza dell’importazione dai mercati stranieri al livello più basso possibile. Mirava anche ad aumentare la capacità produttiva della forza lavoro, del capitale investito nel settore e produrre prodotti alimentari per l’industria della trasformazione. Oltre all’agricoltura, il Great Man-Made River Project infatto solveva i problema di recupero dell’acqua anche per la municipalità e per l’industria.

Gheddafi sosteneva che: “nessuna nazione dipendente da un paese straniero poteva rendere il suo popolo libero”.

Basandosi su questa considerazione, la politica Libica era altresì intenzionata ad ampliare il proprio campo d’azione verso altri stati Africani che avevano si le giuste risorse ma non riuscivano ad ottimizzarne la produzione e la gestione. Questo processo evolutivo interno fu portato oltre confine come esempio da seguire. Forte di questa gestione interna, che produceva crescita economica, il governo libico, cercando di sensibilizzare gli stati limitrofi alla lotta per il raggiungimento dell’autosufficienza, riuscì ad investire all’estero.

Anche il Mali faceva parte di uno di questi paesi che stavano per essere influenzati dalla politica Libica di sicurezza alimentare.

 

  • INVESTIMENTI IN MALI (NIGER) PER L’AUTOSUFFICIENZA ALIMENTARE

Gheddafi, con un progetto chiamato “Malybia” iniziò a fare degli investimenti sul territorio Maliano e tramite “l’office du Niger” si apprestò a sviluppare questa politica di autosufficienza alimentare.

La Libya Africa Investment Portfolio decise di investire in Mali dopo aver raccolto l’invito dell’ex presidente della Repubblica, Amadou Toumani Touré, che durante il summit della Community of Sahel-Saharan States (CEN-SAD) del 2007 offrì 100.000 ettari di terra nella regione di Segou per investire sulla produzione di riso. Il governo libico firmò così un accordo con il Mali prendendo il controllo di 100.000 ettari come prima parte di un più ampio progetto di infrastrutture e investimenti per progetti che comprendevano l’allargamento di un canale idrico, la costruzione di palazzi nella capitale Bamako e il miglioramento di alcune infrastrutture.

Al progetto venne dato il nome di ‘Malibya’. Irrigazioni, incremento dei raccolti, posti di lavoro e rispetto per la sicurezza alimentare locale gli intenti del progetto. Lo stesso responsabile di Malibya, Abdalilah Youssef, affermò che il piano avrebbe aumentato la quantità di riso prodotto in modo da rispondere alla crescente richiesta delle popolazioni del Mali, della Libia e degli altri Stati membri della CEN-SAD.

Malibya, nel contratto di affitto delle terre, aveva anche avuto la possibilità di costruire un nuovo canale di acqua per le proprie produzioni di riso. Secondo i progetti e secondo le osservazioni di numerose organizzazioni non governative, questo canale (di cui poco si conosce) fu progettato con una portata d’acqua doppia di ogni canale nella regione Sub-Sahariana. 4 miliardi di m3 all’anno (si dice anche , con gravissime ripercussioni in un Paese la cui superficie per metà è deserta.) Il problema non si limita al solo accesso alla terra e all’acqua.

 

Mamadou Goita, direttore dell’Institute for Research and the Promotion of Alternatives in Development in Mali (IRPAD) affermò: “Il progetto Malibya si inserisce all’interno di una grande riorganizzazione dell’Office du Niger, il più antico e grande sistema di irrigazione dell’intera Africa occidentale, che sta aprendo alla possibilità per gli attori del sistema privato di assumere il controllo dei terreni agricoli.

I progetti nell’Office du Niger, come il progetto Malibya ed altri progetti finanziati soprattutto dal governo degli Stati Uniti attraverso il Millennium Challenge Account, spingono verso una brutale industrializzazione dell’agricoltura e sono favorevoli alla privatizzazione delle terre nella zona”.

 

Malybia collaborò anche con due gruppi cinesi.

La China Geo-Engineering Corporation (CGC) del gruppo petrolifero Sinopec Star Petroleum, che si sarebbe preoccupata delle costruzioni delle infrastrutture.

La Yuan Longping High-tech Agriculture (YLHA) azienda specializzata nella produzione di sementi di riso ibrido; un tipo di riso che può ottenere rese elevate se vengono utilizzate macchine ad alta tecnologia e un elevato utilizzo di input chimici.

 

la biodiversità venne messa a rischio. Assetou Samaké, professore di genetica delle piante all’Università di Bamako e membro della Coalition for the Protection of African Genetic Heritage (COPAGEN) in un seminario sulla biodiversità, aveva mosso delle perplessità su questi progetti, in quanto colpevoli di distruggere la ricchezza della diversità di riso locale della zona attraverso la promozione di alcune varietà di riso moderno. (le varietà di riso, tuttora a base del 90% delle coltivazioni del Sahel, erano destinate a venire soppiantate dal riso ibrido della YLHA).

Esprimendo la preoccupazione che l’intera zona potesse diventare un banco di prova per la coltivazione di organismi geneticamente modificati o di sementi ibride, il professore Semaké aggiunse: “la zona sarà stata trasformata in una ‘foresta di esperimenti’ senza alcuna trasparenza o informazione dettagliata su ciò che è stato seminato”.

 

Il processo in Mali sembrava inarrestabile. Il numero degli investitori stranieri e le terre in loro possesso era decisamente aumentato: i 7 gli investitori presenti prima del 2009 divennero 22 nel 2011. Le aree invece da essi controllate, che cubavano in 130 mila ettari prima del 2009, divennero 372 mila nel 2011. Come già affermato, i gruppi di investimento che affittavano o acquistavano i terreni in Mali ed in Africa, nella migliore delle ipotesi, lo fecero per assicurarsi la propria sicurezza alimentare. Per garantire l’offerta di cibo in modo stabile ed a lungo termine, obbligo di tutti gli Stati nell’ambito dell’accesso al cibo e alle risorse naturali, il presidente Amadou Touré aprì le porte a questi investimenti, proclamando il proprio impegno per il raggiungimento dell’autosufficienza alimentare, cedendo nel contempo agli investitori esteri il controllo delle terre agricole più fertili.

 

  • IN MALI SI SCOPRONO RISORSE ENERGETICHE (URANIO E PETROLIO)
  • VENGONO DELIMITATE LE AREE OFF-LIMITS NEL NORD DEL MALI
  • VENGONO RAFFORZATE LE ZONE DI CONFINE
  • PROBLEMI CON LA CULTURA NOMADE TOUAREG
  • GHEDDAFI PRENDE A CUORE IL PROBLEMA TOUAREG E LI ASSOLDA PER LE INIZIATIVE IN AFRICA

 

L’ampliamento delle risorse energetiche andava di pari passo con l’aumento della soddisfazione dei piani attuati per l’incremento delle risorse alimentari. La scoperta di giacimenti di Petrolio e di uranio nei territori del nord, che affiancavano la sempre più crescente produzione di estrazione aurifera (teniamo in considerazione che il Mali è il terzo produttore mondiale di oro dopo il Sud Africa ed il Ghana) contribuirono ad indirizzare la Repubblica del Mali, in maniera sempre più preponderante, verso una scelta politica di autogestione delle risorse (leggi autosufficienza ).

Le scoperte di questi nuovi giacimenti, scompaginarono però il disegno del territorio.

Interi territori, una volta praticamente lasciati a se stessi assunsero un’importanza strategica rilevante. Queste zone, che erano occupate da villaggi Touareg pseudo-stanziali, venivano attraversate con mandrie e greggi dalle carovane Tamacheq. Quest’ultime avevano la necessità di stazionare in determinate aree per poter rifocillare e dissetare il bestiame prima di riprendere la transumanza. Queste chiusure, creando problematiche di passaggio, si rifletterono sulla difficoltà di gestione delle mandrie. L’allungamento del tragitto comportò un rischio di maggior perdita dei capi di bestiame. Inoltre gli anziani e le donne che occupavano i villaggi in queste aree, non se la sentivano di abbandonarli per trasferirsi altrove.

La nuova politica di maggior controllo voluta dal governo centrale su queste aree, il rafforzamento dei controlli di confine, l’imposizione di aree off-limits destinate alla ricerca ed all’estrazione, le limitazioni di passaggio date da sostanziali modifiche dei percorsi nomadi, furono fattori che acuirono l’attrito con la popolazione Touareg .

Occorrerebbe sapere che questi aree venivano anche utilizzate come corridoio di passaggio per traffici illegali (armi-uomini-droga). I trafficanti non videro di buon occhio questa frammentazione del territorio e questo assiduo controllo e rafforzamento delle barriere di confine, che creò serie difficoltà al passaggio della droga proveniente dalla Colombia, destinata al mercato europeo, alla tratta degli schiavi o al traffico d’armi.

A fronte di queste difficoltà, a tutela della popolazione Tamacheq nacque un movimento che, opponendosi alle soluzioni promulgate dal governo centrale, tendeva a tutelare gli interessi delle persone (Touareg) che orbitavano nell’area interessata. Questo raggruppamento fu battezzato MNA (Movimento Nazionale Azawad) che prese il nome dalla regione omonima, nel Nord Est del Mali.

Dopo le prime forme di “ribellione”, questo movimento mutò la sua politica trasformandosi in MNLA, aggiungendo la parola Liberazione all’acronimo, facendo sottintendere una volontà di autonomia o addirittura di separatismo.

Le azioni atte a far sentire la propria voce, vennero affrontate col bastone e con la carota da parte delle autorità Maliane. Spesso soffocate con la violenza, a volte le richieste furono eluse con qualche concessione (come per esempio la garanzia per i giovani di accesso alle cariche istituzionali: pubbliche amministrazioni o esercito).

Nel complesso però, la situazione tendeva a sfavorire la cultura nomade della popolazione Touareg, che si vedeva sempre più costretta a convivere in situazioni di sedentarietà.

Gheddafi prese a cuore il problema touareg Maliano, invitando i giovani senza prospettiva ad unirsi nelle file dell’esercito Libico, dando asilo anche alle loro famiglie. Venne creata una guarnigione pseudo-ufficiale e parallela nell’esercito Libico, utilizzata da Gheddafi nelle “scaramucce” sul territorio Africano per risolvere taluni problemi con gli stati più vicini alla politica occidentale e che erano in disaccordo con la politica libica.

 

  • LA LIBIA RIVEDE I PREZZI DELLE RISORSE ENERGETICHE
  • L’OCCIDENTE DICHIARA GUERRA ALLA LIBIA

Nel contempo, visti i risultati positivi della politica di autosufficienza energetica ed alimentare, la Libia si trovò nelle condizioni di poter ritrattare tutte le forniture di risorse energetiche(gas e Petrolio) ad un prezzo a lei più conveniente. Questa presa di posizione, che tendeva a sconvolgere gli equilibri economici occidentali, non veniva vista di buon occhio da quest’ultimi. Occorreva porre rimedio.

Iniziò un’azione mediatica che mutò la visione dell’opinione pubblica occidentale, trasformando in breve tempo il leader libico da capo di stato in dittatore.

Fu il passo precedente ad una dichiarazione di guerra, che fu magistralmente mascherata da un intervento umanitario d’aiuto alla la popolazione che si sentiva oppressa e chiedeva libertà. Ribaltando ed eliminando completamente il governo libico di Gheddafi, questo intervento culminò con l’eliminazione e la morte del “Rais”.

 

  • ANCHE LA POLITICA DEL MALI COZZA CON GLI INTERESSI OCCIDENTALI
  • QUALCUNO PAGA GLI STATI CONFINANTI PER IL PASSAGGIO DI RITORNO DEI TOUAREG IN MALI
  • MNA DIVENTA MNLA E LE SCARAMUCCE SI APPRESTANO A DIVENIRE CONFLITTO INTERNO
  • I TOUAREG SI ATTESTANO A KIDAL
  • A CAUSA DEI COMBATTIMENTI AL NORD VIENE DESTITUITO IL PRESIDENTE ATT ED AVVIENE IL COLPO DI STATO
  • LE FAZIONI LAICHE (MNLA) VENGONO AFFIANCATE DA FAZIONI RELIGIOSE
  • CONQUISTA DEL NORD (FASCIA GAO/TIMBUKTU)
    • IL RIENTRO DEI TOUAREG
    • I PROFUGHI
    • I COMBATTIMENTI
    • IL COLPO DI STATO

Anche la politica del Mali, influenzata dalla politica Libica faceva attrito con gli interessi occidentali. Anche in questo caso, dunque, occorreva porvi rimedio.

Secondo quanto riportato dal settimanale satirico francese Le Canard Enchaîné che si occupa di giornalismo investigativo, il Qatar con la Francia, sua complice, finanziarono ed incentivarono la ribellione dei tuareg (e dei gruppi islamici) per il controllo del nord del Mali. Spaccando il mali in due, eludendo la parte che aveva un interesse filo libico nella gestione delle risorse energetiche, le trattative economiche per il recupero delle risorse energetiche del paese sarebbero risultate alquanto facilitate.

Finito l’impero di Kadafi, le guarnigioni Touareg, armate fino ai denti, furono dunque fatte rientrare in Mali.

Ndr: non esiste un passaggio diretto per entrare Mali. Bisogna necessariamente transitare per un altro stato compiacente (o lautamente pagato per l’operazione).

I guerrieri Tamacheq si attestarono a Kidal, armati di tutto punto con armi e mezzi di ultima generazione e dopo un primo flebile e fallimentare tentativo di negoziazione (*) da parte del governo del Mali, iniziarono gli scontri.

(*) Sembrerebbe ci fosse stata una proposta di integrazione dei soldati Touareg nelle nell’esercito Maliano. Forti della loro potenza di fuoco e dal loro armamento, questa proposta non fu non accettata dai combattenti Tamacheq. Questi asserirono di voler rimanere compatti e questa proposta li avrebbe frammentati tra le fila dell’esercito Maliano. Avvennero i primi cruenti scontri.

Iniziò così l‟avanzata dei combattenti tuareg verso le grandi città del nord con il conseguente flusso di civili in fuga. La ripresa della ribellione indipendentista dei popoli di lingua tamacheq, che provocò inizialmente almeno 50.000 sfollati, mise a dura prova il governo di Bamako alla vigilia delle elezioni. Dal 17 gennaio, data d'inizio della nuova offensiva indipendentista, erano già sette le città del nord del Mali attaccate dal Movimento Nazionale per la Liberazione dell'Azawad (MNLA). L'ultima, l'8 febbraio, è Tinzaouatène, nel nord-est, proprio sul confine algerino, nella regione di Kidal. Il primo attacco, quello che aprì questa nuova fase dell'annoso conflitto tra le popolazioni touareg e il governo di Bamako dopo gli accordi di pace siglati nel 2009, fu effettuato più a sud, nella regione di Gao, sulle città di Ménaka e Andéramboukane (vicino al confine con il Niger). Solo ventiquattrore dopo caddero Aguelhoc e Tessalit (vicino alla frontiera algerina), seguite, a distanza di una settimana, dall'apertura di un nuovo fronte a nord-ovest, vicino al confine con la Mauritania, con la presa di Léré e Niafounké. Conquiste, queste, facilitate dalla strategia adottata dall'esercito: ritirare i contingenti dalle postazioni isolate per concentrare le forze a difesa delle grandi città: Kidal, Gao e Timbouctou. Con l'intensificarsi degli scontri e l'avanzata dei touareg verso le grandi città, aumentò anche il flusso di civili in fuga. Almeno 30.000 sfollati interni, 10.000 in Niger, 9.000 in Mauritania e 3.000 in Burkina Faso, secondo i dati della croce Rossa Internazionale e dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati.

A detta del governo di Bamako: “Un'offensiva improvvisa, compiuta da un movimento che appare ben organizzato e molto ben equipaggiato in armi, rafforzato” dall'afflusso dalla Libia di ex combattenti pro-Gheddafi. Ma rinvigorito anche dalle defezioni di soldati che si uniscono ai ribelli e dal sostegno, diretto e indiretto, di una consistente parte della popolazione. Non solo touareg”.

L’esercito Maliano trovandosi nell’impossibilità di reagire a questa considerevole forza d’urto, supportata da una e moderna tecnologica bellica,  ritrovandosi come carne da macello nei territori del Nord, si ribellò ai membri del governo. A nemmeno due settimane dall'inizio di questo nuovo conflitto, all'inizio di febbraio, la capitale fu investita da una serie di manifestazioni spontanee. Le donne dei soldati impegnati nei combattimenti, raggiunsero il palazzo Presidenziale denunciando la mancanza di informazioni sulla sorte dei mariti e la cattiva gestione della crisi da parte dell'esecutivo. Le proteste si estesero in seguito anche ad altre città del paese.

Solo pochi giorni prima il presidente Amadou Toumani Toure aveva lanciato un appello, invitando i maliani a non fare "amalgama" con ribelli e civili touareg. Appello rilanciato più volte negli ultimi giorni, assieme alla richiesta di un cessate-il-fuoco rivolto ai vertici del MNLA, invitati a sedersi ad un tavolo negoziale. Inviti che sono stati però decisamente respinti dal Movimento, che accusò il governo di aver mantenuto un atteggiamento discriminatorio nell'inserimento di touareg ai posti di potere, e tornò a rivendicare l'indipendenza dei territori della regione dell'Azawad (territorio storicamente abitato dalle popolazioni nomadi di lingua tamacheq che comprende il nord del Mali e del Niger, e parte dell'Algeria del sud). Il governo dell'ex colonia francese apparve intimorito. Anche perché l'apertura inattesa di questo nuovo scenario (che evidenziò le carenze e gli errori compiuti sul piano dell'unità nazionale dopo la fine del precedente conflitto) arrivò in un momento particolarmente delicato: le elezioni presidenziali del 29 aprile, previste in concomitanza con un referendum costituzionale, a cui sarebbero seguite, a giugno e luglio, le legislative. Apertamente preoccupata fu invece Parigi. La Francia temtte il dilagare del conflitto al vicino Niger e la ripresa delle ostilità dei gruppi touareg nella regione mineraria di Arlit, da cui Areva, il colosso francese del nucleare, aveva contratti utili all’estrazione di un terzo dalla sua produzione nazionale.

Nacque l’occasione per il colpo di Stato. Il presidente Amadou Toumani Touré (detto ATT) venne destituito e sostituito da una giunta militare guidata dal Capitano Amadou Sanogo, della guarnigione di Kati. Durante questa fase di transizione, il gruppo laico MNLA, affiancato da gruppi religiosi Jihadisti accellerarono la marcia di conquista dei territori a nord del fiume Niger, arrivando fino alla fascia mediana del paese. Venne costituita una cintura di confine che, abbracciando Gao nell’estremo est del paese, tagliò latitudinalmente il territorio Maliano fino alla città di Timbuktu. Il Mali fu letteralmente e geograficamente diviso in due.

 

  • LE FAZIONI RELIGIOSE PRENDONO IL COMANDO PER GOVERNARE LE CITTA’

Non rientra nella cultura tradizionale Touareg la gestione amministrativa stanziale. I Touareg, formidabili guerrieri e perfetti conoscitori del territorio desertico, demandano la gestione della politica itinerante alla donna. In questa gestione rientrano sia la casa (la tenda) che tutti i beni che compongono l’accampamento stesso.

Nella scelta di governo delle città conquistate, prevalse l’ala oltranzista religiosa, in primo luogo perché queste fazioni avevano le capacità per poter governare il territorio gestendolo a livello stanziale, Il secondo motivo riguardò una scelta di carattere prettamente religioso. Nella cultura Fondamentalista Islamica non viene contemplata una posizione di governo da parte delle donne.

 

  • FRATTURE INTERNE NEL NUOVO TERRITORIO

Nascono all’interno del nuovo stato proclamato, l’AZAWAD, le prime fratture.

L’ala laica (MNLA) non ci sta a farsi mettere da parte dagli islamisti e dalle altre «Organizzazioni mafiose». A tal proposito si fece promotrice di un comunicato nel quale asserì che “Nello spirito degli Azawadisti, la Comunità sarà quella di uno Stato libero e ugualitario o non lo sarà” confermando nel contempo che “Il popolo dell'Azawad, comunque respinge in blocco l'unione sotto la repubblica maliana”. Questa formazione continuò smentendo nel contempo la notizia di Gao e Timbouctou “cadute” nelle mani di Ançar-dine e dell'Aqmi. Questo documento concluse affermando che: “nonostante le differenze ideologiche sbandierate dalle diverse formazioni di ispirazione religiosa e fondamentalista presenti nel territorio del nord, Queste organizzazioni, attraverso alcune agenzie di stampa, si danno un gran da fare per seguire una campagna mediatica comune. Questo si traduce col consolidamento di talune comuni analogie, oggi ancora non chiare ma che a tendere potranno essere svelate. Queste caratteristiche affini tenderebbero a trasformare il sogno degli Azawadisti in un incubo inedito. (imposizione della sharia – legge islamica). Secondo il MNLA le prove di queste complicità sarebbero le immagini girate da Aljazera del rapimento del console algerino a Gao e la ritirata senza nemmeno sparare un colpo dell'esercito da Gao e Tinbouctou.

L'Organizzazione Ançar-dine ed i suoi alleati profittano di questa occasione per presentarsi di fronte al mondo, attraverso i media”.

Successivamente però, il MLNA dovette ammettere di aver perso il completo controllo di Timbouctou, città che vide nascere il movimento chiamato FNLA (Front National de Libération de l'Azawad) che si proclamava erede delle ribellioni degli anni '90.

Ndr: il FNLA abbandonò la “i” islamica dell'antica sigla Fiaa (Front Islamique Arabe de l'Azawad), perchè il concetto islamico fu considerato meno seducente e commerciabile

 

                                                                        

"aggiornamento luglio 2012"

 

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