Origine degli schiavi africani

Prologo

A fronte di un’enorme curiosità legata ai cammini percorsi dai ritmi africani fuori dall’Africa stessa, è stata effettuato una ricerca sulle origini delle varie comunità di discendenza africana in Brasile. Al fine di comprendere meglio le diverse componenti che costituiscono l’universo culturale di queste comunità, ho approfondito e preso spunto dagli studi esistenti sui flussi relativi alla tratta degli schiavi.  

In particolare, nel tentativo di individuare la discendenza di un interlocutore, oltre alla consultazione di testi e ricerche sul campo, è stato compilato di un piccolo e personalissimo vocabolario, composto da una manciata di termini ed espressioni di uso comune tra le popolazioni di origine Bantu e Sudanesi, ed in particolare quelle di lingua Kimbundu e Yoruba, due tra le etnie africane più rappresentate in Brasile.  

Oltre agli approfondimenti realizzati in alcuni Quilombos, luoghi nei quali gli schiavi fuggiaschi si radunavano in villaggi fortificati nascosti in località inaccessibili, mi sono interessato allo studio delle Irmandades (confraternite), società religiose nelle quali gli schiavi ed i liberti si riunivano nel tentativo di ricostruire i modelli sociali abbandonati in Africa.  

Purtroppo, come vedremo, i fattori che ancora oggi contribuiscono a rendere molto faticosa una ricostruzione genealogica della quasi totalità degli afro-brasiliani sono il frutto di quella ignoranza, di quel disinteresse e disprezzo che gli europei dell’epoca mostrarono nei confronti delle culture africane.

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Durante il XVII secolo, dopo decenni di tratta degli schiavi, il numero degli africani importati nell’allora capitale del Brasile, Salvador de Todos os Santos, divenne così imponente che al fine di evitare possibili rivolte l’elite bianca pensò di correre ai ripari architettando alcuni accorgimenti. Attraverso una serie di preconcetti ed informazioni errate si scelse di mettere in atto un processo di smembramento dei gruppi etnici quale strumento di controllo. Per comprendere il disastro culturale causato dalla grossolanità di questo espediente bisognerebbe capire il modo in cui l’Africa fosse percepita in quella epoca.

E’ importante considerare che, istituzioni a parte, la maggioranza delle informazioni alle quali la gente comune aveva accesso erano frutto dei fantasiosi racconti che i negrieri riportavano in patria. Questi racconti, arricchiti di immagini mostruose frutto della fantasia e dell’ignoranza dell’epoca, generalmente raffiguravano un’Africa selvaggia, oscura, ostile alla civiltà europea che, al contrario, era sinonimo di luce e purezza. Anche per questa visione assolutamente eurocentrica, la comprensione che l’opinione pubblica aveva delle culture africane era assolutamente priva di punti di riferimento attraverso i quali poter stabilire un qualsiasi dialogo.  

Ricostruendo le dolorose ed umilianti fasi del percorso che portò milioni di africani nelle piantagioni e nelle miniere del Nuovo mondo vediamo che gli schiavi, contrariamente a quanto comunemente si crede, piuttosto che essere catturati direttamente dai trafficanti europei in realtà venivano acquistati dalle popolazioni locali in cambio di tabacco, tessuti o altre merci. Immaginare che i portoghesi potessero assegnare il gruppo di appartenenza etnica di ogni singolo individuo (nazione) sulla base di informazioni quali il luogo dell’imbarco o della cattura (ignorando tra l’altro che entrambe le cose potessero avvenire in zone molto distanti rispetto a quelle di origine) ci dà una idea dell’approssimazione con la quale questa appartenenza venisse individuata. In effetti spesso gli schiavi venduti erano il frutto di bottini di guerre intestine che, senza sosta, si verificavano tra i vari regni, principati o imperi africani dell’epoca.

Con l’arrivo degli europei molti di questi regni, che già da secoli avevano l’usanza di utilizzare come bene di scambio i prigionieri fatti in battaglia, si servirono di questo “prodotto” per dare avvio ad un commercio che andrà avanti per quasi quattrocento anni.

Il facile accesso alle nuove tecnologie, armi comprese, determinò che le popolazioni situate sulle coste prendessero facilmente il sopravvento su quelle dell’interno. In questo senso fu molto importante il ruolo che i vari re del Dahomey (oggi Benin) svolsero nell’area del golfo della Guinea, scatenando continue guerre che, oltre a vederli spesso vincitori, li resero molto ricchi e potenti.

Studiando i testi relativi alla tratta degli schiavi in quella area geografica è interessante sottolineare come questi potenti monarchi utilizzassero la propria autorità dettando in prima persona le regole del commercio attraverso una politica molto scaltra, senza lasciarsi intimidire dalle nazioni europee che sino all’epoca colonialista non osarono investire eccessive risorse nel controllo dell’area.  In particolare i portoghesi, che militarmente non si impegnarono mai in questa zona, subirono imposizioni e persino veri e propri attacchi, ai quali risposero sempre con grande diplomazia e facendo buon viso a cattivo gioco. Ma tornando alla ricostruzione delle varie fasi della prigionia, vediamo come una volta catturati i prigionieri fossero trascinati nei pressi dei luoghi d’imbarco, in attesa di partire per la traversata dell’Atlantico. Qui, isolati dal proprio gruppo etnico prima di essere imbarcati, gli schiavi venivano battezzati dai cattolicissimi portoghesi che per giustificare le proprie malefatte (e ricevere anche l’appoggio morale della chiesa di Roma) strumentalizzarono il battesimo utilizzandolo come un mezzo attraverso il quale barattare la salvezza dell’anima in cambio di duro lavoro.  

Arrivati in Brasile dopo un lungo ed estenuante viaggio (calunga), gli schiavi venivano condotti al mercato per essere venduti a seconda della richiesta della piazza. A Bahia per esempio, dove gli schiavi Minas e Yoruba (africani originari dall’area del Golfo della Guinea) erano di gran lunga preferiti agli schiavi di origine Bantu (originari dall’area dell’Africa subequatoriale), accadeva spesso che commercianti senza scrupoli vendessero per Sudanesi africani di altre etnie.

Una volta venduti all’asta gli schiavi erano portati nelle piantagioni dove venivano alloggiati in casali detti senzalas(1). In queste abitazioni molto spartane, nelle quali in un unico grande ambiente si viveva ammassati nella promiscuità più assoluta malgrado le enormi differenze culturali, le etnie riuscirono a unirsi tra loro, dando vita ad un inatteso proto-panafricanismo. Nel disperato tentativo di non sprofondare nell’oblio culturale gli schiavi si strinsero con forza e orgoglio attorno alle proprie tradizioni, riuscendo a mettere in atto una sorta di “silenziosa resistenza”.

Al fine di mostrare un volto presentabile agli occhi dei padroni, che mal sopportavano cerimonie pagane sul suolo della sacra corona portoghese, assimilando e mutuando alcuni concetti del cristianesimo gli schiavi sincretizzarono i santi cattolici con le divinità provenienti dall’Africa, ritrovando una forma comune di identità nella quale riconoscersi tutti indistintamente.

Negli ultimi anni del secolo scorso, attraverso questo sincretismo religioso, la comunità afro-brasliana si avvierà a muovere i suoi lenti passi verso un riconoscimento e un’integrazione culturale che, in realtà, si rivelerà tale solo nelle sue componenti più stereotipe e folcloristiche. Finalmente, con l’approvazione della “Legge Aurea” promulgata dalla principessa Isabella il 13 maggio del 1888, venne sancita la fine della schiavitù anche in Brasile.

Nel tentativo di evitare una serie interminabile di cause e ricorsi che i proprietari di schiavi avrebbero intentato contro le istituzioni, per legge vennero dati alle fiamme tutti i documenti relativi alla compravendita degli schiavi, cancellando così in un sol colpo la storia di milioni di individui e creando il disastro identitario nel quale le comunità afro-brasiliane vivono ancora oggi. Per comprendere come i portoghesi attribuissero la “nazione” di provenienza dei propri schiavi, qui di seguito elenco alcuni dei nomi utilizzati per indicare le popolazioni che furono maggiormente oggetto della tratta. Oltre alla suddivisione classica in due rami - quello Sudanese e quello Bantu - indico la popolazione di appartenenza e nello specifico anche i nomi delle “nazioni” così come furono suddivise:

 

Sudanesi:

• Yoruba: Nagò, Ijexà, Queto, Egbà(2)

• Fante: Minas

• Ashanti: Minas

• Ewe: Gegè

• Fon: Gegè

 

Bantu:

• Congos

• Angolas

• Mozambiques

 

Oltre ai racconti dei trafficanti di schiavi, anche i pregiudizi narrati nei racconti dei viaggiatori dell’epoca sono innumerevoli. Qui di seguito, per esempio, vediamo come alcune etnie fossero comunemente considerate migliori rispetto ad altre sulla base di giudizi assolutamente arbitrari. Gaspar Barleus, autore della “Historia dos feitos praticado no Brasil”, afferma che gli schiavi provenienti dall’Angola, essendo ritenuti più pacati e malleabili di tutti gli altri, godessero di una particolare preferenza degli olandesi(3).

Il gesuita Joao Antonio Androni detto Antonil, nel suo “Cultura e opulencia do Brasil por suas drogas e minas” considerando le virtù delle popolazioni di ogni nazione africana annotò le seguenti dichiarazioni: “I Minas sono robusti, quelli di Cabo Verde e di Sao Tomè sono più deboli. Gli Angolani nati a Luanda sono più capaci nell’apprendimento dei lavori di natura meccanica rispetto a quelli sopra nominati. Tra i Congos ce ne sono alcuni abbastanza industriosi buoni non solamente per le piantagioni, ma anche per i servizi domestici”.

Singolari sono alcune dichiarazioni dei cronisti e viaggiatori dell’epoca, come Vilhenanel, che nel 1798 scriveva: “A Bahia gli africani di origine Minas sono rozzi e traditori”. Quanto agli schiavi di Benguela (Angola) sempre lo stesso autore scriveva: "Sono più amabili, docili e capaci di apprendere e parlare meglio la nostra lingua”.

Koster addirittura arriva a dire: “Gli angolani sono gli schiavi migliori, i più fedeli e quelli più dediti al lavoro. I congolesi sono estremamente docili ed inoltre non molto intelligenti e coraggiosi”.

Purtroppo tali affermazioni contribuiscono al fatto che ancora oggi, in alcuni stati del Brasile, esistano dei preconcetti di inferiorità intellettuale dei Bantu rispetto ai Sudanesi. Ovviamente il carattere urbano e di conseguenza avanzato delle società Sudanesi sono le chiavi di lettura che chiariscono l’aspetto più ribelle e meno incline alla sottomissione rispetto alle società di etnia Bantu. Portatori di una religione più complessa come quella islamica, i Sudanesi si organizzarono intorno ai propri sacerdoti per resistere alle imposizioni sia culturali che religiose dei bianchi. Dall’altro lato l’arretratezza in campo agricolo delle società Bantu e le loro arcaiche religioni basate sul culto degli antenati impedirono ai Congos e agli Angolas di articolarsi in maniera più ordinata. Non resistendo al contatto con le complesse strutture culturali degli europei o con quelle delle altre nazioni africane più evolute, le società Bantu soccombettero al processo di assorbimento culturale, anche se l’equivoco di attribuire ad un’etnia una propensione innata all’obbedienza e ad un’altra quella della ribellione, è l’ennesimo esempio della rozza esemplificazione della realtà attuata dai padroni. Naturalmente, come si può facilmente immaginare, nessuna etnia reagì o si arrese in blocco. I Bantu resistettero alla schiavitù tanto quanto gli schiavi provenienti dalla Costa de Minas (attuale Golfo della Guinea) e, anzi, furono tra i più numerosi ad adottare come strategia la fuga e la creazione dei Quilombos.

Gli studi su tale argomento dimostrano che molti di questi insediamenti sono arrivati sino ad oggi con delle strutture organizzative che appartengono a società sub-equatoriali, e quindi di tradizione Bantu.

 Il termine Quilombo, che deriva da una espressione Kimbundu proveniente dall’Angola, significa: “villaggio guerriero” o semplicemente “insediamento”. Anticamente i Qilombos in Angola furono la risposta militare della leggendaria Regina N’zinga che, nel XVII secolo mise più di una volta sotto scacco le truppe portoghesi.

Dal nome di questa leggendaria regina si dice derivi la parola “ginga”, che sta ad indicare il passo base della Capoeira.

 

Capoeira, cantigas, ditados e ladhainas

 Le origini di questa forma di lotta sono ancora oggi poco chiare. Si pensa che siano il frutto della combinazione di diversi stili di combattimento, che venivano praticati nei paesi di cultura Bantu, ancora prima dell’arrivo dei portoghesi.

In Angola esistono testimonianze che parlano di un tipo di lotta molto simile alla capoeira detta “lotta delle zebre”, che si praticava all’interno di alcune cerimonie durante le quali i contendenti si disputavano le ragazze da prendere in moglie a colpi di calci e testate.

In Brasile, le prime testimonianze relative alla capoeira risalgono alla prima metà del XVII secolo, e si basano sulle testimonianze di alcuni soldati che avevano l’incarico specifico di catturare gli schiavi fuggiti dalle piantagioni. Si racconta che questi schiavi nel tentativo estremo di fuggire alla cattura, affrontassero i sodati a mani nude praticando uno stile di lotta molto particolare fatto di calci e testate.

Oggi, accompagnati al suono del berimbau e di percussioni come il pandeiro, l’atabaque e l’agogò, i capoeristas si fronteggiano al centro delle *rodas cominciando l’esibizione con un inchino in onore del berimbau, che è lo strumento principe che comanda e detta i tempi del “jogo”.

Attraverso una breve analisi relativa alla capoeira angola, ho avuto l’occasione di avvicinarmi alle cantigas; canti usati per l’accompagnamento delle Rodas(1) de Capoeira. Lontano dalle rodas di Salvador o Porto Seguro, dove la capoeira regional è più comune, attraverso lo studio delle cantigas è ancora oggi possibile tracciare un percorso immaginario che ha inizio in Africa, arriva in Brasile e da lì riparte per Cuba e Trinidad dove durante alcune esibizioni di lotta molto simile alla capoeira, si cantano le stesse cantigas in lingua Yoruba. Le più antiche rappresentazioni di questi canti si rifanno ad antichi motivi provenienti dall’Africa e si compongono di ladainhas (letteralmente lamenti), chulas e corridos de capoeira.

Oltre ai canti di stampo religioso, molto interessanti sono gli antichi proverbi o detti popolari (ditados), che sulla base della tradizione orale africana, possono essere considerati alla stregua di veri e propri documenti storici capaci di svelare segreti molto affascinanti.

Con il tempo, sotto il giogo della schiavitù queste forme di canto si arricchirono di argomenti e temi come la fatica del lavoro nelle piantagioni, le prepotenze subite, ed ovviamente le gesta dei vecchi e leggendari maestri di capoeira come Mestre Pastina, considerato il padre della moderna capoeira angola.

 

 

Ladainha do Mestre Pastinha:

 

Iê!

Certa vez

Perguntaram ao seu Pastinha

O que era Capoeira

E ele

Velho mestre respeitado

Ficou um tempo calado

Revirando a sua alma

Depois

Respondeu com calma

Em forma de ladainha

Capoeira é um jogo

Um brinquedo

É se respeitar o medo

É dosar bem a coragem

É uma luta

É manha de mandigueiro

É um vento no veleiro

É um gemido/grito na sezala

É um corpo arrepiado

É um berimbau bem tocado

O riso de um meninho

Capoeira é vôo de um passarinho

Bote de cobra coral

Sentir na boca

Todo gosto do perigo

É sorrir pro o inimigo

No apertar a sua mão

É o grito de Zumbi

Ecoando no quilombo

É se levantar de um tombo

Antes de tocar o chão

É o odio, é a esperança que nasce

Um tapa explodiu na face

Vai arder no coração

Enfim

Aceitar o desafío

Com vontade de lutar

Capoeira é um barquinho

Solto nas ondas do mar

 

Traduzione:

 

Iê!

Una volta

chiesero a Mestre Pastinha

che cos’è la capoeira.

Ed egli,

vecchio maestro rispettato,

rimase per un po’ in silenzio

rivoltando la sua anima,

poi rispose con calma,

in forma di ladainha.

Capoeira è un gioco,

un giocattolo,

è rispettare la paura e dosare bene il coraggio.

E’ una lotta,

è l’astuzia del mandinguero,

è il vento nel veliero,

è un grido nella senzala.

E’ un corpo spaventato,

un berimbau ben suonato,

il riso di un bimbo.

Capoeira è il volo di un uccellino,

il morso del serpente corallo;

è sentire in bocca tutto il gusto del pericolo,

è sorridere al nemico stringendogli la mano.

E’ il grido di Zumbi che echeggia nel quilombo;

è alzarsi da una caduta ancora prima di toccare terra.

Capoeira è l’odio,

è la speranza che nasce,

è uno schiaffo ricevuto in faccia che fa ardere il cuore;

infine, è accettare la sfida con voglia di lottare.

Capoeira è una barchetta libera sulle onde del mare.

* * *

 

Irmandades

In un Brasile ancora schiavista le Irmandades nacquero intorno alla metà del XVI secolo come associazioni religiose. Organizzate e suddivise per mestiere, razza e nazione, queste confraternite si strutturarono in associazioni religiose per far fronte alle particolari esigenze delle comunità afro-brasiliane, cercando di ricreare un modello sociale molto simile a quello dell’antico regno del Congo del XIV secolo.

Le Irmandades, che proliferarono in tutto il sud-est del Minas Gerais durante i primi anni del XVIII secolo, si diffusero in un epoca nella quale il Brasile cominciava appena a definire geograficamente il proprio territorio.

Pubblicamente queste associazioni religiose si rappresentavano, e si rappresentano, attraverso un grande numero di rituali e feste, tra le quali ricordo il Congado, il Reinados, il Candombe (3), le feste del Rosario, di San Benedetto ed altre.

Nel Congado, una delle rappresentazioni più famose e conosciute tra quelle citate, viene messa in scena l’incoronazione di un re detto Rei do Congo. In questa cerimonia oltre a celebrare l’incoronazione del Re, che generalmente è un membro scelto tra i confratelli più autorevoli dell’intera comunità, viene commemorata anche la conversione della casa reale congolese al cattolicesimo, che avvenne dopo i primi contatti avuti con i portoghesi. Durante queste rappresentazioni, si assiste alla sfilata di una corte reale rappresentata in tutte le sue componenti; il Re, la Regina, i generali, i capitani e dei veri e propri corpi detti ternos (4).

Partendo da questa origine collettiva e attraverso i ternos, ancora oggi i cogadeiros mantengono le proprie differenze culturali, formando tutti insieme il corpo di guardia del Rei do Congo.

Qui in basso riporto una parte del testo di un brano di Sergio Santos estratto dal CD- “Iô sô” (Biscoito fino), che chiarisce alcuni dei temi principali facenti parte dell’immaginario collettivo dei congaderos.

 

Corpo:

 

Nòs nao somos daquì

Nego veio foi do lado de là

Nego amava Nzambì

E era Rei n’otra ponta do mar

Nego falava umbundo

E seu mundo muzungo apropriou

Mas do corpo do nego

Muzungo nenhum vai ser senhor

E’ dançar è dançar !

Que essa ingoma animou

Quando roda no ar

Corpo canta

Que o congo chegou ...

 

Traduzione:

 

Noi non siamo di qui

Il vecchio negro era dell’altro lato

Negro amava Nzambì

E era Re nell’altra punta del mare

Negro parlava umbundu

E del suo mondo il bianco si è appropriato

Ma del corpo del negro

Nessun bianco sarà padrone

E’ danzare è danzare

Che questo Ingoma (5) animò

Quando ruota nell’aria

Il Corpo canta

Che il Congo è arrivato …

 

Oltre al Congado, tra le feste più importanti troviamo la festa del Reinado, che come ci racconta Joao Lopes, Capitao-Mor da Irmandade de Nossa Senhora do Rosario da Jotobà: “per noi congadeiros rappresenta quello che gli angeli fecero nel cielo quando la Maria Santissima fu incoronata per proteggere noi negri. Noi stiamo tentando di fare quello che fu creato nel secondo Reinado, fatto nella senzala, fatto dai negri, supplicando la Maria Santissima che alleviasse il dolore della schiavitù”.

La maggior parte di queste feste dal carattere religioso nelle quali il cattolicesimo è ben radicato, si celebrano una serie di riti in onore dei santi, degli antenati, ed anche dei tamburi (6) che accompagnano le processioni.

Comprendere il perché le Irmandades siano quasi tutte di origine Bantu è spiegato dal fatto che i congolesi in particolare, aiutati da numerose analogie, assorbirono con una certa naturalezza il culto di venerare i santi cattolici, collegandolo ad una serie di riti e credenze provenienti direttamente dalle proprie tradizioni religiosi.

Al contrario delle popolazioni sudanesi dove la comparsa dell’Islam risale a prima dell’arrivo degli europei, in Angola e Congo, per una serie di incredibili coincidenze, sin dai primi contatti con i missionari si riscontrò una singolare propensione per il cattolicesimo. Si nota che al contrario dei Sudanesi, per i quali il battesimo avveniva praticamente durante la fase di imbarco, molti schiavi Bantu arrivavano a questa fase non solamente già battezzati, ma anche come portatori di una fede già strutturata nella quale convivevano elementi di animismo e religione cattolica.

Nel 1610 addirittura lo stesso Re del Congo entrò in una Irmandade fondata nell’allora capitale del Congo Manza. Una giovane di origine Bantu, Beatrice Kimpa Vita, durante i primi anni dal 1700 guidò un movimento basato sull’africanizzazione del cristianesimo. La sua fede arrivò al punto tale di ritenere di essere la reincarnazione di San Antonio, e di dire pubblicamente che Gesù e molti altri santi fossero nati in Congo. Beatrice fu condannata dai portoghesi nel 1706 e morì sul rogo.

Per quanto riguarda la nascita delle Irmandades nel continente africano, già nel 1526 nell’isola di Sao Tomè si prende nota dell’esistenza di un’associazione religiosa chiamata degli "Homens Pretos” (degli uomini neri).

Altre se ne elencavano in Mozambico in Congo ed Angola a partire dal XVII secolo,

mentre già prima del 1522 in Brasile si fa menzione dell’esistenza di una Irmandade formata da schiavi provenienti dal Golfo della Guinea, smentendo l’idea comune che tutte queste associazioni siano di esclusiva provenienza Bantu.

Le Irmandades ancora oggi rappresentano un elemento molto importante nella composizione della nuova identità delle comunità afro-brasiliane. Mentre le vecchie generazioni continuano a definire il proprio territorio immaginario attraverso le proprie tradizioni, parte delle nuove generazioni sono sempre meno disposte a portare avanti una memoria, che percepiscono come un fardello che le lega ad un passato che vorrebbero dimenticare.

 

Note per l'ascolto:

 

1) Roque Ferriera - Samba pras Moças

R. Ferreira è un nome poco conosciuto fuori da Bahia, pochi sanno che è l’autore di “Samba pras Moças” una traccia che i più conoscono nella versione di Zeca Pagodinho.

Ferreira è un esempio lampante di quanto talento nascosto ci sia nel Reconcavo baiano. Lui che viene da un paesino di nome Nazarè das Farinhas e che per trenta lunghi anni, malgrado i suoi samba siano stati interpretati da personaggi del calibro di Clara Nunes, non ha mai avuto la possibilità di incidere un disco tutto suo. Purtroppo solo oggi riesce finalmente a rendersi visibile in quel mare magnum che è il mercato discografico brasiliano.

Lo stile è cristallino, ricco di eleganza, i testi si rifanno ad un mondo che ai visitatori più distratti sfugge completamente, e che non ha niente a che vedere con la vita della capitale Salvador de Todos os Santos.

I paesaggi descritti si rifanno a quel mondo che lontano dalle grandi metropoli, esalta ancora i sapori di una vita scandita dai cicli delle stagioni, dal calendario dei raccolti e dalle feste in cui il samba de roda è ancora il re dei balli.

 

2) Clementina de Jesus -Na linha do mar

Un diamante grezzo, è così che spesso Clementina de Jesus viene ricordata. Nata nel 1902 in una cittadina della provincia di Rio de Janeiro, dopo una vita passata presso una famiglia in qualità di domestica, cominciò la sua carriera come cantante professionale all’età di quasi cinquanta anni.

Fuori dagli schemi estetici delle cantanti di samba dell’epoca, Clementina aveva una voce potente, selvaggia primitiva, primordiale.

Ascoltandola si ha l’impressione di essere in presenza di una tra le ultime “cantoras” che fecero da tramite tra il mondo dei batuques e quello del samba.

Quelè, come era comunemente conosciuta, rappresentò quel ponte immaginario che unì le tradizioni dei terreiros al linguaggio urbano e contemporaneo di Rio de Janeiro.

Sfortunatamente durante la sua carriera non riuscì a registrare molti dischi, ma alcune sue collaborazioni come quella con Milton Nascimento nella traccia “Os escravos de Jò” sono indimenticabili.

Come disse il famoso critico musicale brasiliano Carlos Calado: “ E’ ironico e triste allo stesso momento, ma in certi paesi la bigiotteria vale di più che i diamanti grezzi”.

 

Note al testo:

 

(1) Cerchio di persone che si forma intorno ai due compagni di lotta.

(2) Con il passare dei secoli la capoeira darà vita a diverse scuole con differenti stili di combattimento. Tra le più importanti ricordiamo la capoeira angola e la capoeira regional. Per un approfondimento su questo tema rimando al precedente capitolo della presente ricerca.

(3)Il Candombe al quale andrebbe dedicato un capitolo aparte, oltre ad essere tra tutti i riti citati il più antico, è anche quello in cui si trovano rappresentate nella loro purezza le radici della cultura Bantu.

(4)Tra i più importanti cito: os Moçambiques, os Catupés, os Marujos, os Congos, os Vilões.

(5)Ingoma: gruppo di partecipanti del Congado, o espressione usata nei confronti di un canto particolarmente gradito.

(6) Questi tamburi che nel Reinado vengono chiamati Santana, Santaninha e Chama, nel Candombe nel Candombe prendono i nomi di Ngoma, Dambim e Dambà.

un particolare ringraziamento a TP.Africa per la divulgazione culturale del  testo riferito a "Samba, sintonie culturali e derive africane nel Nuovo Mondo" di Roberto Lycke

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