Concetto di Etnia

La questione di cosa sia il concetto di etnia in Africa, se le etnie sono sempre esistite o sono una creazione del colonialismo, è una questione che chiaramente riguarda tutta l'Africa e non solo la regione dei grandi laghi, benché il conflitto hutu-tutsi abbia spinto a produrre molte opere su questo conflitto "etnico" che tormenta questa parte dell'Africa, da parte di chi ritiene si effettivamente un conflitto etnico e da parte di chi lo nega. Un libro fondamentale sul concetto di etnia in Africa è Au coeur de l'etnie. Ethnies, tribalisme et ètat en Afrique. In questo libro, a parte il saggio di Jean Chrétien Hutu et tutsi au Burundi, riguardo alle etnie di altre regioni del continente ci sono i saggi di Jean Bazin a proposito dei Bambara e di Jean Pierre Dozon a proposito dei Bété. Per gli autori di questi due saggi entrambe queste "etnie" dell'Africa occidentale sono create dal colonialismo, tanto che la parola "bété" significa "pardon" ed era usata dagli africani per rivolgersi ai bianchi, e da questo i bianchi definirono con essa i neri che a loro si rivolgevano usando questa parola. I casi dei Bété e dei Bambara sono casi-limite di etnie nate in epoca coloniale. La manipolazione coloniale è ormai un dato acquisito e condiviso da tutti gli studiosi. Amselle afferma che non è che l'etnia sia soltanto una creazione coloniale. I termini etnia, tribù, razza, esistono anche nelle lingue africane. Ma il colonialismo ha disarticolato le etnie preesistenti in tre modi: creando dal nulla nuove etnie (come i Bété), con la trasposizione semantica di etonimi già esistenti, con la trasformazione di toponimi in etnie. Gli studiosi "decostruzionisti" vogliono smascherare la manipolazione coloniale dell'oggetto etnico. Il primo degli studi decostruzionisti è la ricerca di Nadel sui Nupa della Nigeria, pubblicata nel libro del 1942 Bisanzio nera. In questo libro Nadel dimostra come i Nupa siano una etnia inventata in epoca coloniale. Successivamente vi sono gli studi di Meillassoux sui Gouro della Costa d'Avorio, di Terry sui Dida della Costa d'Avorio, di Daphna Golan sulla "invenzione" del condottiero Shaka nella costruzione del nazionalismo zulu, mentre Colette Braeckman (nel libro Terreur africaine. Burundi, Rwanda, Zaire: les racines de la violence) ipotizza che la costruzione della stratificazione hutu-tutsi da parte dei belgi possa essere dovuta anche alla proiezione del conflitto fiamminghi-valloni.

E' acquisito da tutti gli studiosi che tutti i sistemi di dominio coloniale, non solo il dominio diretto ma anche i sistemi apparentemente più rispettosi delle strutture sociali tradizionali come l'indirect rule, hanno manipolato i sentimenti etnici. Anche il libro di storici della scuola franco-burundese (prettamente decostruzionista) Histoire du Burundi des origines à la fin du XIX siècle sottolinea la manipolazione delle identità etniche da parte degli europei Gli europei avevano idee preconcette sull'Africa, valga ad esempio il pregiudizio di Hegel sull'Africa come continente senza storia e senza civiltà. Se questa era l'idea di uno dei massimi filosofi europei, non stupisce che gli etnologi mescolassero curiosità scientifica con la convinzione della superiorità razziale e di civiltà dell'Europa, e che pertanto le società strutturate ed i regni che gli esploratori trovavano in Africa non potessero che essere dovuti ad elementi esterni. La teoria hamitica è funzionale proprio a spiegare come mai in Africa non tutto sia barbarie. Negli anni Trenta l'opera di Seligman Races of Africa, fondamentale perché fornisce dignità scientifica all'ipotesi hamitica, aveva questa impronta razzista. Seligman fornisce una interpretazione antropologica della storia africana, sostenendo la superiorità delle popolazioni camite sulle originarie popolazioni negre. Seligman, convinto della superiorità camitica, arriva addirittura a chiamare "europei" le popolazioni camite dell'Africa settentrionale. Si trattava chiaramente di pregiudizi razzistici, che non hanno certo lo spessore dei più recenti dibattiti se l'origine degli stati africani sia esogena (tesi sostenuta da Fage e Murdock) o endogena per sviluppo della società segmentaria (come sostiene Vansina), o se la forma di governo centralizzata derivi dall'Egitto (come afferma Murdock), oppure sia una elaborazione autonoma (come sostengono Gailey. Posnanky, Collins). Alla fine del secolo scorso tutti gli studiosi europei erano concordi nel sostenere l'estraneità delle popolazioni africane alla civiltà. Come notano A. M. Gentili (Il leone e il cacciatore. Storia dell'Africa sub-sahariana) e B. Bernardi (Africa tra tradizione e modernità) la stessa etnologia viene creata per studiare le cosiddette "società semplici". Mentre le vicende dei popoli "civili" erano studiate dalla storia, le vicende dei popoli barbari erano studiate dalle nuove scienze dell'antropologia e dell'etnologia. Nell'800 gli antropologi distinguevano popolazioni selvagge e civili, ritenendo le capacità mentali dei selvaggi pre-logiche. Occorre arrivare ai primi decenni del Novecento perché Malinovski e Levi-Strauss riconoscano che le capacità mentali di popoli non differiscono. Altri studiosi che condividono la teoria hamitica sono Sasserath, che ancora alla fine del periodo coloniale pubblica il libro Au pays des Hamites. Un royame feodal au coeur de l'Afrique: le Ruanda-Urundi, e Ghislain che pubblica La feodalité au Burundi. Certo è difficile, se non impossibile, stabilire se le etnie in Africa erano pre-esistenti al colonialismo o sono nate in seguito ad esso. Le società africane sono infatti "società della parola", come nota lo storico belga Jan Vansina. Le fonti scritte africane nel periodo pre-coloniale sono limitate all'Etiopia ed alle opere di storici, geografi, esploratori e commercianti arabi (Fage nota come per secoli gli arabi erano più informati di chiunque altro su "Bilad al-Sudan", "la terra dei negri": le opere di al-Fazari, Ya'qubi, al-Masudi, al-Bakri e Ibn Khaldun sono fonti fondamentali per la storia dei regni dell'Africa occidentale). E' perciò oggi impossibile stabilire quale fosse il concetto di etnia che avevano le popolazioni africane. Il campo di ricerca che rimane allo storico è invece l'analisi di quale è stato l'influsso europeo nel modificare, manipolare o creare le identità etniche, e di come gli africani abbiano recepito queste azioni europee. Addebitare tutte le colpe al colonialismo, ritenere che l'attuale situazione in Africa sia dovuta solo all'azione europea, sarebbe negare capacità di azione agli africani, cosa che invece non è, come per descrive per esempio Colette Braeckman. Il suo libro Rwanda, histoire d'un genocide, è una efficace descrizione di come si è arrivati all'esplodere del conflitto ruandese nel '94, ad opera sia degli stessi ruandesi che della politica estera francese. Questo libro narra gli avvenimenti del Rwanda a partire dalla decolonizzazione per soffermarsi soprattutto sugli anni più recenti, che hanno visto l'affermarsi del potere del Presidente della Repubblica Habyarimana e del suo clan, aiutati dalla Francia che voleva continuare ad essere il paese di riferimento nella regione. Il potere politico ed economico di Habyarimana si basava sulla manipolazione dell'identità etnica, una manipolazione che, secondo Braeckman è sfuggita di mano a Habyarimana (ma non ai settori più estremisti del clan presidenziale) fino all'esplosione del tentativo di genocidio del 1994, il cui segnale d'inizio è dato proprio dall'assassinio del Presidente, ormai troppo moderato agli occhi degli estremisti. Nello stesso libro l'autrice ricorda altri casi in cui l'identità etnica è stata costruita o manipolata, come nella regione congolese dello Shaba (ex Katanga) dove negli anni settanta i dirigenti locali mobutisti aizzano la popolazione locale contro gli zairesi originari nel Kasai (compresi molti nati nello Shaba) perché "rubano il lavoro" agli autoctoni. Kyungu Wa Kumanza, ex sindacalista, governatore della provincia, e Nguz Karl I Bond, leader del partito mobutista Uferi (Unione dei Federalisti e dei Repubblicani Indipendenti) reclutano milizie giovanili tra giovani senza lavoro, distribuendo ad essi denaro, alcool e droga, e li istigano ad incendiare le case dei kasaiani, che in decine di migliaia sono così costretti ad emigrare nella provincia del Kasai, in cui molti di loro non sono mai nati. L'identità etnica è stata creata e manipolata non solo dai peggiori dittatori come strumento per darsi legittimità politica, ma è stata usata anche "a fin di bene" da governanti progressisti all'epoca dell'indipendenza per unificare la nazione contro il tribalismo, che negli anni sessanta e settanta era considerato uno dei nemici principali del progresso e della modernizzazione. Per questo, molte ex colonie abbandonano i nomi coloniali e prendono il nome di antichi stati ed imperi africani, come il Dahomey, il Mali, il Ghana, benché quasi sempre gli antichi stati che avevano quei nomi fossero per lo più localizzati in zone dell'Africa che non corrispondevano a quelle dove sorgevano i nuovi stati indipendenti. Nel periodo della decolonizzazione anche la storiografia del resto era considerata funzionale all'operazione politica di costruire nuove identità nazionali, e questo era condiviso sia dagli storici progressisti europei (Ranger, Hodgkin, Rodney) che africani (Dike, Ki-Zerbo). Solo negli anni settanta giovani storici radicali (Depelchin, Odiambo) si oppongono a questa impostazione, sostenendo che la visione nazionalistica del passato ha funzione di ratificare presente.

 

 

                                                                                               presidente Landsgate

                                                                                               MARINO NEBULONI

Informazioni

Il mio sito web

Navigando nel sito avrai modo di conoscere l'Associazione. Potrai sceglere anche di collaborare con noi o sostenere i nostri progetti e le nostre iniziative.