Architettura: intervista a Fabrizio Carola

‘Volevo una vita vera e l’ho avuta. Ho avuto molto ed ora sento il bisogno di restituire’...

Intervista ad un architetto Italiano innamorato delle forme d'africa che si è distinto nella ricerca degli elementi naturali nel continente nero.

                                           

Fabrizio Caròla, da circa trent’anni, col suo ostinato lavoro di architetto-costruttore, è impegnato a sostenere l’efficacia di un modello costruttivo fondato sul recupero di elementi della tradizione mediterranea: archi, volte, cupole. Lo fa a partire dalle origini, dando corpo e significato ad un’idea di architettura come spazio primario: un’ostinazione che lo ha portato a trascorrere gran parte della sua vita in Africa. Napoletano, formatosi alla Scuola Nazionale Superiore d’Architettura di Bruxelles, (fondata da Van deVelde)"a 18 anni sono andato via da casa, mi sono recato in Belgio dove, nel 1956, ho preso la laurea alla Scuola Superiore di Architettura  La Cambre".

"Nel 1972 ho cominciato a viaggiare in Africa, dove ho incontrato un architetto che mi ha offerto di lavorare con lui alla costruzione di un ospedale ad Agadir, in Marocco, ". Il percorso formativo all’interno di una scuola con un' un’impostazione analoga a quella del Bauhaus, (Van de Velde era stato membro della Bauhaus), porta Fabrizio Carola a prediligere un approccio ‘concreto’ all’architettura.

Materia, struttura e forma sono i presupposti del suo agire, che è sempre ancorato al ‘fare’, alla ‘concretezza del costruire’. La sua ‘natura nomadica’ e la vocazione alla ricerca sperimentale lo spingono verso nuovi ‘orizzonti’, nuovi scenari: inizia così un percorso di ricerca che dall’italia, a partire dal 1972, si sviluppa prevalentemente in Africa, in particolare nel Mali, dove ancora oggi, a distanza di 35 anni, è impegnato professionalmente.

In Africa avviene l’incontro con le tecniche ed i materiali costruttivi della tradizione locale , in particolare con le cupole di derivazione nubiana realizzate con l’ausilio del ‘compasso ligneo’. Qui, per conto di organizzazioni non governative, Caròla conduce una serie di ricerche sull’abitare, sull’edilizia scolastica, sulle tecniche costruttive tradizionali. La sua attenzione è rivolta prevalentemente alle relazioni tra materiali e ambiente: indaga il ‘luogo’ nella sua ‘fisicità materica’. L’architettura spontanea ("l’architettura senza architetti") è uno dei suoi riferimenti privilegiati: agendo sui significati concernenti la costruzione delle forme, Caròla mette a fuoco un repertorio di soluzioni e di segni, che ricorrono all’interno del continuo divenire della tradizione.

Con l’ADAUA, agenzia di cooperazione internazionale svizzera, nell’81, in Mauritania, impara ad utilizzare il compasso ligneo, di cui intravede l’efficacia e le possibilità. La terra, sia cruda sia sotto forma di mattone cotto, è il materiale privilegiato. Un materiale che lavora bene a compressione, facilmente reperibile e riproducibile in sito: volte, archi e cupole rispondono efficacemente ai criteri di economicità e rapidità di esecuzione.

Tra le sue opere, il Kaedi Regional Hospital, in Mauritania, rappresenta sicuramente l’espressione più alta di un agire costruttivo ‘sostenibile’. L’ospedale (foto sotto), una struttura in bilico tra ‘zoomorfismo’ e ‘fitomorfismo’, nella sua articolazione planimetrica propone un’organizzazione degli spazi aderente alle necessità e ai costumi delle popolazioni locali. Data l’abbondanza di argilla di ottima qualità nella zona, Caròla opta per una struttura monomaterica: tutti i mattoni utilizzati sono stati prodotti in sito; due forni alimentati con pula di riso, abbondante in loco, hanno reso possibile la produzione di decine di migliaia di mattoni. Quest’intuizione gli consente di realizzare una struttura molto complessa con un sistema a bassissimo impatto, con una positiva ricaduta anche sulla economia locale: il 75% delle risorse utilizzate sono state investite nella regione circostante.

Le cupole dell’ospedale sono a doppia calotta: l’intercapedine tra i gusci garantisce un’efficace isolamento termico. Alla base delle cupole, bocchette di ventilazione, realizzate anch’esse in terracotta, consentono il passaggio dell’aria nell’intercapedine. Queste cupole, ottenute come solidi di rotazione, sono realizzate con l’ausilio del tradizionale ‘compasso ligneo’ che indica al muratore la posizione nello spazio e l’inclinazione esatta di ciascun concio: un meccanismo costruttivo che le rende autoportanti durante le fasi di costruzione. La straordinaria esperienza sostenuta da Carola, oltre che nella messa a sistema, nella sistematizzazione e divulgazione di un sapere tecnico che si era perduto, sta nell’aver rivolto lo sguardo verso un orizzonte apparentemente ‘marginale’. Negli anni in cui la cultura architettonica ‘ufficiale’, sostenenva l’idea di uno stile internazionale, Fabrizio Carola compiva un’operazione apparentemente di retroguardia. Rivolgendo il suo sguardo acuto verso quella ‘periferia’ del mondo che è l’Africa, Caròla mise a fuoco una diversa interpretazione delle relazioni tra architettura e luogo: il luogo si manifesta attraverso la materia, che è intimamente connessa alla forma: Caròla ha «osservato attentamente il luogo e studiato meticolosamente la cultura dell’abitare, prima di costruire. Si badi: il luogo nella sua fisica evidenza, e non il suo ‘geniusì ineffabile».

Nell’opera di Caròla, la terra è la materia prima attraverso cui ‘mani pensanti’ plasmano architetture. Materia, luogo, ambiente, forma, sono espressione di una realtà e di un principio che governa il suo agire. La materia si fa elemento strategico del comporre: il processo che regola l’uso del materiale determina necessità e specificità, anche figurative. Il ‘compasso ligneo’ nelle sapienti mani di Fabrizio Carola si fa generatore di possibilità. Negli anni Caròla ne ha modificato le caratteristiche, ne ha variato l’assetto e la geometria con piccole innovazioni, che gli hanno consentito di ottenere una più ampia gamma di geometrie. Variando la geometria e l’asse di rotazione dello strumento, le cupole sferiche divengono a sesto acuto, una soluzione che rende possibile una maggiore efficacia nell’uso dello spazio interno, unitamente ad una migliore ventilazione.

 

 

"volevo una vita vera e l’ho avuta. Ho avuto molto e ora sento il bisogno di restituire".

E’ questa la frase rivelatrice della natura di Fabrizio Caròla, una natura che lo ha portato a scegliere un percorso di vita e professionale meno agevole di quello che avrebbe potuto avere con molta meno fatica restando in italia. Invece ha scelto una strada più faticosa. La stessa, che con ostinata convinzione, lo ha condotto a fondare l’associazione NEA (Napoli, Europa Africa) nella convinzione che solo attraverso

Il dialogo e il confronto si possa immaginare e realizzare ‘un futuro possibile’. Quel futuro che sta cercando di ‘costruire’ a San Potito Sannita, un piccolo paese in provincia di Benevento. «il vescovo di Alife, Pietro Farina ci ha fatto avere un comodato d’ uso per 30 anni di un ettaro e mezzo di proprietà della parrocchia e lì con gli studenti di architettura stiamo costruendo un villaggio. L’obiettivo è la formazione. Si chiamerà “SETTE PIAZZE”.

I ragazzi imparano a costruire, con un grande compasso in legno, archi, volte e cupole. Sono strutture completamente diverse e molto più facili da vivere». San Potito Sannita è un piccolo paese, anch’esso apparentemente fuori dal ‘centro’, dove architetti, studenti di architettura ed insegnanti si ritrovano ogni anno per dar vita ad un ‘laboratorio’, dove l’architettura viene praticata come ‘mestiere’.

"Fare è imparare a fare": questa regola governa la comunità che si raccoglie intorno a Fabrizio Caròla, un ‘antico’ maestro che insegna ai giovani architetti del futuro a costruire cupole, metafora di un agire più vasto. Antiche e alchemiche formule rivivono nel lavoro di nuove generazioni di architetti. La sua sapienza, la sua approfondita conoscenza di tecniche costruttive, che si sono affinate e precisate nel corso di trentanni di sperimentazioni sul campo, la sua esperienza, Caròla vuole trasmetterla alle nuove generazioni. Ci consegna così un bagaglio di conoscenze tecniche che tocca a noi rinvigorire, approfondire e "ri"- trasmettere.

Incontriamo Fabrizio Carola a San Potito. Durante la visita al cantiere abbiamo avuto una lunga chiacchierata: colpiscono la sua filosofia, il suo modo di relazionarsi con l’architettura e con il mondo: «molte cose me le porto dentro, come ragionamenti non esplicitati a parole; ma in sostanza sono più il frutto di una intuizione, di una conoscenza istintiva che di un ragionamento scientifico». Un agire, un modo di ‘fare’ in cui l’azione sembra essere governata più dalle ‘mani’ che da astrusi ‘ragionamenti’.

            

Intervista a Fabrizio Carola.

D: Quando hai deciso che saresti diventato un architetto?

Fabrizio Caròla: A tredici anni, non so perché ma poi non ho più cambiato idea.

D: L’architettura era qualcosa che avvertivi esser parte della tua vita sin da ragazzo: è stato un lento avvicinamento o una rivelazione improvvisa?

FC: Ho alle mie spalle tre generazioni di ingegneri-imprenditori da parte di padre e tre generazioni di architetti da parte di madre: può essere una spiegazione?

D: Hai studiato alla Scuola Nazionale Superiore di Architettura di Bruxelles di Van de Velde, uno dei fondatori del Bauhaus:  in che modo l’impronta e il modello didattico che caratterizzava quella scuola ha inciso sui tuoi percorsi, sul tuo modo di ‘fare’ architettura, di praticarla come ‘arte-fatto’.

Fc: A Bruxelles ho avuto ottimi professori: De Konink nei primi due anni e Victor Bourgeois per i tre anni seguenti: mi hanno messo sulla buona strada. Ma il merito non è tutto loro: il sistema impostato da Van de Velde è estremamente efficace. Prima di Bruxelles avevo frequentato per un anno e mezzo la facoltà di Architettura di Napoli: lì ci facevano copiare progetti di architetti famosi; a Bruxelles invece, fin dal primo anno, eravamo messi di fronte alla progettazione e realizzavamo un progetto ogni trimestre: il professore criticava e correggeva i progetti rispettando però l'idea e l’ impostazione scelta. Eravamo liberi di esprimerci e di avere delle idee, a condizione che le idee nascessero dalla logica e dalla funzionalità.

D: Durante gli anni trascorsi a Bruxelles, quando eri un giovane studente, quali sono stati gli architetti ai quali guardavi con più interesse e quali le discipline che più ti affascinavano?

Fc: Wright soprattutto, perché mi sembrava il più umano;  e poi Gaudì, di cui mi affascinava la straordinaria capacità di costruire, messa al servizio di libertà e fantasia.

D: Come è avvenuto il tuo incontro con l’architettura della tradizione africana ed in particolare con l’uso del ‘compasso ligneo’ e delle tecniche costruttive di derivazione nubiana?

Fc: Le cose sono accadute in momenti diversi.  Tra il ‘61 e il ‘63 ero in Marocco con un incarico di urbanista: dovevo sistemare le agglomerazioni rurali. Più tardi avvenne l’incontro con l’Africa nera, sub-sahariana, precisamente in Mali, nel 1971:  vi ero andato non con un incarico di architetto ma di direttore dei lavori per la costruzione del nuovo molo e di alcuni edifici del porto fluviale di Mopti. Lì ho scoperto e studiato l’architettura sub-sahariana, frutto di un adattamento millenario alle condizioni locali, e ho cercato di oppormi al disastro culturale provocato dall’immissione cieca di modelli di architettura nord-occidentale. Infine nell’81, in Mauritania, lavorando per l’ ADAUA , venni a conoscenza del sistema “compasso” per la realizzazione delle cupole. L’ho adottatai, modificandolo e adattandolo alle esigenze del mio progetto.

D: Hassan Fathy è stato un precursore, ha reso fruibile e sistematizzato tutta una conoscenza ed un sapere su queste tecniche che era prevalentemente fondato sulla trasmissione orale. Tra il tuo lavoro e quello di Fathy esistono delle evidenti assonanze: in che misura il suo lavoro ha rappresentato per te un riferimento?

Fc: Non è l’architettura di Hassan Fathy (che apprezzo molto) che mi ha influenzato ma l’uso del suo compasso. Fin dall’università ero attirato dalle coperture a cupola, ma non sapevo realizzarle se non attraverso l'uso di strutture metalliche. Il compasso mi ha aperto la strada, che però era limitata a cupole sferiche. Modificandolo, ottenendo cupole e ogive, ho ampliato le possibilità di forme e di spazi,  fondendo in una sola curva muro e tetto (con evidente risparmio di costi).

D: In Africa hai costruito molto anche in terra cruda. Una materiale ‘vivo’. Qual’è stato il tuo approccio nell’uso di questo materiale ‘speciale’?

Fc: Mi piace costruire in terra cruda, è un materiale molto duttile perché il mattone e la malta sono fatti della stessa terra, per cui si saldano e si fondono, generando un specie di monolito che può anche essere scolpito. Non sono però un fanatico della terra cruda: la uso quando giudico sia utile usarla. La terra cruda richiede manutenzione o protezione, perché esposta alla pioggia e fonde come neve al sole; nelle regioni aride dell’ Africa questo difetto ha un'importanza minore.

D: Come è nato il progetto del Kaèdi Regional Hospital in Mauritania?

Fc: E’ una lunga storia: nel ‘78 fui incaricato dal FED (fondo europeo di sviluppo), come consulente presso uno studio tecnico di Parigi, per la progettazione dell’ospedale di Kaédi. Il progetto fu accettato. Passò un po’ di tempo e seppi che l’incarico era stato dato all’ ADAUA, un' associazione svizzera che avevo conosciuto in occasione di una visita a kaédi: essi mi proposero di dirigere la costruzione dell’ospedale; perciò alla fine del 1980 mi trasferisco in Mauritania. Visito Kaédi e il piccolo ospedale che bisognava ampliare e mi rendo subito conto che il progetto elaborato a Parigi era inadeguato. Lo rielaboro completamente e lo presento all’ amministrazione mauritana e al FED di Nouakchot. Il nuovo progetto venne, a sua volta, approvato ed iniziai i lavori. Kaèdi è una piccola città della Mauritania. L’ospedale fu progettato come estensione del piccolo ospedale esistente realizzato dai francesi ancora ai tempi della loro dominazione coloniale. Durante la mia indagine preliminare, visitando le vecchia struttura, fui colpito dalla confusione creata dalla presenza permanente delle famiglie dei pazienti che intralciavano i movimenti dei medici e degli infermieri. Interrogati, i medici mi risposero che la presenza dei familiari era indispensabile perchè avevano constatato che l' assistenza continua da parte dei parenti contribuiva alla guarigione. Fui molto toccato da questa informazione e posi questo dato, che ho chiamato famiglio-terapia, alla base del nuovo progetto. Dopo molte riflessioni e tentativi pensai di fare “esplodere" la pianta progettuale e, invece di un ospedale compatto, realizzare un edificio aperto che permettesse alle famiglie di accamparsi in prossimità delle camere di degenza. Relativamente alla scelta del materiale e della tecnica costruttiva, fui condizionato dal fatto che a Kaédi, come in tutto il Sahel,  il materiale più abbondante e più economico è la terra. Il legno è raro e usarlo significava contribuire alla desertificazione in atto. Anche il cemento armato è costoso, perché viene importato, e non ha prestazioni adeguate alle condizioni climatiche della regione. Scelsi dunque come materiale di base la terra, confezionata in mattoni alla maniera tradizionale. Nella tradizione il mattone viene però utilizzato essiccandolo semplicemente al sole e perciò è molto vulnerabile alla pioggia; inoltre richiede una manutenzione costante. Ridurre il più possibile le manutenzione, garantendo nel contempo prestazioni efficienti a lungo termine, mi indussero alla decisione di utilizzare mattoni cotti, al fine di renderli resistenti all’acqua. Restava ancora il problema della produzione in loco dei mattoni e della loro cottura. Una risaia di 600 ettari, più uno stabilimento cinese per la pulitura del riso, producevano a Kaédi, in grande quantità, riso, crusca e pula. Quest’ultima, non commestibile, si ammucchiava inutilizzata a disposizione del vento. Dopo un certo numero di tentativi, riuscii a creare un forno semplice ed economico in terra cruda, realizzabile con la mano d’opera locale, che permetteva di bruciare efficacemente la pula di riso ottenendo una temperatura fino a 1200 gradi. Per la tecnica costruttiva, avendo scartato legno e cemento a vantaggio del mattone, non restava che l’utilizzo delle strutture curve: archi e volte.

D: Il metodo, come una struttura portante, sostiene il nostro agire. Giulio Carlo Argan ha proposto questa definizione di "progetto":  “il progettare è come attraversare un bosco per uscire dal quale quel che conta è dare coerenza ai movimenti”. Il bosco e la coerenza dei movimenti. Una metafora molto interessante: esplorare mondi sconosciuti e contemporaneamente ancorare il nostro agire ad un metodo. Quando cominci a lavorare ad un progetto, quali sono i dati su cui ‘costruisci’ la proposta?

Fc: Tutti i dati del luogo: il clima, le condizioni sociali dei utenti futuri , i materiali e i mezzi disponibili, la qualità della mano d’opera, il budget disponibile, il tempo di consegna.

D: Le tue architettura sono intimamente connesse al luogo. Sembrano esserne un' emanazione, una estensione stessa di quel luogo. La ri-velazione del luogo sembra essere lo scopo del progetto?

Fc: Questi miei risultati derivano dal rispetto o meno dei dati enunciati nella risposta precedente, al quale si aggiunge la sensibilità che è propria di ciascun architetto e che deriva dal suo curriculum umano e culturale.

D: Il tuo interesse per l’ Africa,  per un’architettura che vive in sintonia con la natura, credo abbia delle motivazioni che vanno al di là del contesto con cui ti sei confrontato. Penso si tratti di una motivazione molto più ‘profonda’. Un ‘sentire’ che ha una connessione più ‘intima’ con l’ambiente, non solo con l’ambiente naturale. Colpisce molto, in questo senso,  l’associazione che hai fatto tra architettura e uomo, tra spazio e qualità dello spazio, in relazione ad una distinzione tra strutture in-tensione e strutture ‘a riposo’, come le cupole.

Fc: L' Africa mi ha sempre attirato e non so perché,  ma nello specifico mi ha dato l’opportunità di esprimermi liberamente: nel bene e nel male, ma libero.  L’ Africa non è ancora oberata come da noi da norme, articoli, commi e divieti che opprimono la nostra vita e la nostra naturale creatività. Sappiamo benissimo che tutte queste normative servono a proteggere la collettività dagli abusi sul territorio, ma chi giudica?

D: Luce e materia sono gli elementi di un sistema di relazioni molteplice, fatto di mille sfumature, che spinge la nostra ’immaginazione’ ad andare ‘oltre’. Nelle tue architetture sovente, ad una componente massiva fa da contrappunto  una progressiva ‘smaterializzazione’ della massa muraria in elevazione, come accade nell’ Herb Market ( mercato delle erbe) di Medina, a Bamako, da te concepito, nel quale la luce e le sue relazioni con la materia, la sua porosità, manifestano una sorprendete leggerezza.

Fc: Sento l’obbligo di precisare che io non ho un pensiero dell’architettura ma un procedimento logico nel progettare. Ogni elemento del progetto ha per me una sua precisa funzione. Non vi è nulla di inutile o di preconcetto. Se il risultato ha in più un valore estetico vuol dire forse che le scelte sono giuste e forse che non sono tutte dettate dal freddo raziocinio ma anche da una partecipazione del sub-cosciente, che è più o meno carico di valori umani e culturali e che subdolamente influenza il progetto.

D: LLe connessioni tra materiali, tecnologia e progetto sono molto evidenti nella tua ricerca progettuale, che sembra svilupparsi tutta all’interno della ‘dimensione costruttiva dell’architettura’.

Fc: Sono sempre stato rispettoso del rapporto fra materiale, tecnologia, funzione e forma; perché dal corretto rapporto di questi quattro elementi dipende l’economia del progetto ed anche la sua riuscita nella maggior parte dei casi: nel nostro mondo occidentale questo rapporto conduce a una soluzione a superfici piane volta a ‘reprimere’ il desiderio di superfici curve, giudicate troppo complesse e onerose da realizzare. In Africa, invece, ho trovato condizioni del tutto diverse che ribaltavano la situazione, per cui l’uso delle forme curve si rivelava una soluzione logica. Nei paesi del sahel ( la zona dell’africa compresa fra il deserto e la foresta), la mano d’opera è abbondante, sotto-occupata e a basso costo; per contro i materiali moderni, come il cemento e il ferro, sono importati e perciò costano molto e implicano la fuoriuscita di moneta pregiata, mentre l’uso del legno contribuisce alla desertificazione. La terra, materiale abbondante e a costo quasi nullo, sotto forma di mattoni cotti o crudi, è il materiale più economico e diffuso: per utilizzare il mattone o la pietra anche in copertura, in sostituzione del legno, del ferro o del cemento, bisogna ricorrere necessariamente alle strutture compresse e cioè: volte, archi e cupole. Applicando e sperimentando l’uso di queste strutture ho potuto rilevarne vari vantaggi: sono economiche, di facile e rapida esecuzione anche per una manodopera non qualificata e si comportano meglio del cemento armato in difficili condizioni climatiche.

D: L’architettura, almeno in certe condizioni, sembra essere governata dall’economia, a volte n’è la diretta emanazione. In che misura ti sei dovuto confrontare con questo dato del progetto e come ha inciso sulle tue scelte?

Fc: L'"economia" ha rilevanza  soprattutto perchè si può risolvere con l'uso di un materiale economico: nel caso delle strutture a cupola, l’operaio in una sola operazione realizza l’intera costruzione dalle fondamenta al tetto: e’ un’operazione semplice, più di quanto lasci supporre la forma ardita di una cupola. Con l’aiuto del ‘compasso’ il muratore procede sicuro, senza rischio alcuno di sbagliare. Questa operazione non richiede nessuna particolare competenza: non bisogna fare altro che posizionare il mattone secondo l’inclinazione indicata dal compasso. Questo sistema è talmente semplice che ho potuto realizzare decine di cupole, di varie forme e dimensioni, con operai non qualificati, improvvisati, diventati muratori dopo poche ore di apprendimento. Come vedi la mia scelta risponde a criteri di efficienza e di economicità.

D: L’articolazione planimetrica delle tue architetture sovente sembra privilegiare una struttura ‘a grappolo’.

Fc: Quando utilizzi un principio costruttivo fondato sull’uso della cupola, il sistema di pianta può essere sia ortogonale (quadrati e rettangoli) sia polare (una combinazione di cerchi). La pianta polare si è rivelata, prima in teoria e poi nella pratica, la più economica, per tempo e quantità di materiali, e più adeguata alle caratteristiche della manodopera disponibile in Africa.

D: Un’ultima curiosità. In più di trent’anni di attività le superfici curve non ti hanno mai ‘abbandonato. Non lo hai mai avvertito come un limite?

Fc: La cupola è una forma di copertura che mi ha sempre attratto ed affascinato fin da quando, ancora ragazzo, ho pensato di diventare architetto. Quando mi sono chiesto il perché di questa mia attrazione, ho trovato più risposte, ma nessuna sufficiente; forse però tutte valide, perché tutte insieme danno una risposta, se non completa, almeno sufficiente. Prima di tutto la cupola appartiene al mondo delle curve: pur senza disdegnarle, (non ho amore per le superfici piane, squadrate, piegate ad angolo retto con spigoli vivi), trovo che le superfici curve e raccordate siano più vicine alla forma della natura e perciò più adatte a racchiudere o accompagnare la vita dell’uomo. In secondo luogo perchè posso supporre che la mia appartenenza alla civiltà mediterranea, (che di archi, cupole e volte ha fatto grande uso), stia nella predilezione che ho per queste forme.  Infine  ti confesso che le curve soddisfano maggiormente il mio tipo di sensibilità perché sono morbide e sensuali, ma questa è un’altra storia!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si ringrazia il prof.Alini (della facoltà di architettura di Catania)

per i passaggi tratti da un articolo nel web

 

http://costruire.laterizio.it/costruire/_pdf/n146/146_38_41.pdf

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