Banko - Architettura spontanea

 

l’arte del “plasmare” in terra cruda

 

Titolo e sottotitolo evidenziano il fatto che generalmente la realizzazione del particolare tessuto urbano dell’Africa Nera, non comporta l’uso di architetti o piani urbanistici di sorta. L’insieme del conglomerato edilizio, sia che formi un piccolo villaggio o sviluppi la sua area fino a raggiungere le dimensioni di una grande città, prende forma dall’opera individuale. l’impronta manuale è vista e vissuta ovunque e questo fa si che ogni costruzione sia una cosa a se, un elemento plasmato creato dalla continuità del terreno sottostante. Una “naturale opera d’arte”

Nell’africa occidentale, questa lavorazione è stata chiamata dagli antropologi, Architettura Sudanese, che deriva dal nome che i l’insieme dei territori nord occidentali avevano prima della scissione negli attuali stati, il Sudan. Si dice che sia stato l’imperatore Kankou Moussa, intorno al 1300 ad introdurre questo modo di edificare lungo l’ansa del Niger. Tecnologia però conosciuta e sfruttata anche dalle popolazioni esodate dall’antico regno del Ghana, soprattutto nel grande delta interno.

Base fondamentale per la costruzione è il bankò: un impasto di acqua ed argilla prelevata nelle lanche dei fiumi ed arricchito, a seconda dei luoghi d’utilizzo, da diversi elementi, che conferiscono all’amalgama una differente caratteristica tecnica. Troveremo quindi diversi tipi di Bankò, impastati con diversi materiali, quali: paglia di riso, paglia di miglio, sterco animale o derivati vegetali come il burro di Karité, che nel loro insieme riescono a caratterizzare i differenti impasti, donando alle strutture peculiarità tipiche, quali, maggior resistenza al dilavamento meteorico, maggior resistenza ai carichi ed alle flessioni e così via.

Questa tecnologia in terra cruda, prevede il riempimento di casseri in legno, dei vari impasti, e la successiva esiccazione al sole. Si ottengono in questo modo dei rudimentali mattoni (brik) induriti dal calore naturale. I mattoni a forma sferica (quasi come fossero grosse polpette), visibili nelle sbrecciature di vecchi edifici o nelle parti più datate di talune moschee, un tempo invece venivano composti a mano.

Una sorta di ossatura di irrobustimento, che serve per lo più a seguire il disegno finale dell’edificio, viene impiantata con travi lignee, che aggettano all’esterno dei profili di facciata. I caratteristici tronchi che debordano, servono come impalcatura a cui poggiare lunghe scale, per eseguire un’agevole manutenzione. Il legno impiegato è generalmente il borasso, una palma che abbonda nel delta interno, il cui fusto ha caratteristiche elastiche superiori a quelle di altre specie di legname disponibile, inoltre ha particolarità tali che lo rendono inattaccabile dalle termiti. Su questa struttura base, una volta accostati ed impilati i mattoni, viene spalmato a mano, quasi come fosse un mantello, uno strato finale di bankò, che serve da collante finale d’assemblaggio della struttura stessa. L’ultimo strato, che risente maggiormente dell’uso, sarà ricomposto con cadenza annua (prima della stagione delle piogge). L’operazione di manutenzione delle moschee, avviene con la festosa partecipazione dei giovani e meno giovani dei quartieri dei villaggi. Mentre la struttura e la “pelle” non cambiano, a seconda delle zone di costruzione, il mattone è generalmente sostituito da blocchi di pietre. (zona di Bandiagara, paese Dogon). Per giusta cronaca, occorre segnalare anche l’uso del “bankò eméllioré, un impasto più “evoluto”, che contiene piccole quantità di cemento, utile conferire maggior stabilità.

Le guglie degli edifici interamente in bankò (moschee) a differenza delle abitazioni o granai che hanno prevalentemente una protezione data da un cappello conico costituito da materiale vegetale e fibroso, hanno volumi caratterizzati da forme ad ogiva, che contrastano il dilavamento delle piogge. La punta di sovente è protetta da cocci in terracotta o uova di struzzo che inibiscono o perlomeno rallentano l’azione concentrata del dilavamento meteorico.

La tipologia delle costruzioni, come abbiamo potuto osservare è vasta e differenziata. Noteremo quindi elementi identificativi a seconda dell’uso e della cultura abitativa. Una per tutte, data dall’uso, mette in risalto le “torri-latrina”, vuoti pilastri affiancati e consolidati alle pareti esterne delle case di Djenné, che vengono svuotate tramite un foro fatto alla base, per prelevare il contenuto da utilizzare come concime sulle colture nei campi.

L’assenza di un piano urbanistico nei villaggi, così come inteso da noi “occidentali”, non sta certo a significare il caos abitativo. Nel “paese Dogon” per esempio, la costruzione di strutture abitative e non ha una logica ed un criterio tradizionale. Le varie volumetrie che compongono la casa, o l’insieme di diverse case, il quartiere ed infine il villaggio, seguono disegni predefiniti.

La casa di una famiglia Africana, chiamata “concessione” è quindi composta da più cellule abitative e non, raggruppate attorno ad una corte interna. Diverse “concessioni” definiscono un quartiere ed a seguire il villaggio stesso. La corte interna è il centro sociale del gruppo familiare. Nel suo interno si esplicano tutte le attività di gruppo, dalla preparazione del cibo ai lavori artigianali. Solo la stagione delle piogge trasferisce le attività all’interno. Le singole strutture prendono luce solo dall’interno, non avendo aperture esterne e sono legate tra loro da bassi muretti di recinzione. Questi ambienti, svolgono differenti usi, abitazione vera e propria, cucina, deposito viveri, ricovero attrezzi e mercanzie in genere. Nelle aree rurali, la tipologia costruttiva è caratterizzata da differenti soluzioni. Le coperture, non necessariamente hanno una protezione data da un intreccio vegetale di forma conica o piramidale. Nei villaggi Peulh, si possono vedere coperture piane, debitamente inclinate per contrastare eventuali depositi d’acqua meteorica, sfruttate come ulteriori spazi abitativi, utili per seccare granaglie, asciugare panni, pranzare etc.... i Bozo ed i Senufo, raggruppano in una stessa area i granai. I Dogon invece, nella loro architettura antropomorfica, riuniscono i granai differenziandoli in granai maschili e femminili. Le costruzioni di corpo cilindrico delle regioni meridionali, contrastano con i parallelepipedi delle zone centrali.

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